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Sylvia Plath

MessaggioInviato: 26/01/2014, 12:56
di Luca Necciai
LETTERA D’AMORE


Non è facile dire il cambiamento che operasti.
Se adesso sono viva, allora ero morta

anche se, come una pietra, non me ne curavo
e me ne stavo dov’ero per abitudine.

Tu non ti limitasti a spingermi un po’ col piede, no-
e lasciare che rivolgessi il mio piccolo occhio nudo

di nuovo verso il cielo, senza speranza, è ovvio,
di comprendere l’azzurro, o le stelle.
Non fu questo. Diciamo che ho dormito: un serpente
mascherato da sasso nero tra i sassi neri

nel bianco iato dell’inverno-
come i miei vicini, senza trarre alcun piacere

dai milioni di guance perfettamente cesellate
che si posavano a ogni istante per sciogliere

la mia guancia di basalto. Si mutavano in lacrime,
angeli piangenti su nature spente,

Ma non mi convincevano. Quelle lacrime gelavano.
Ogni testa morta aveva una visiera di ghiaccio.
E io continuavo a dormire come un dito ripiegato.
La prima cosa che vidi fu l’aria, aria trasparente,

e le gocce prigioniere che si levavano in rugiada
limpide come spiriti. Tutt’intorno giacevano molte

pietre stolide e inespressive,
Io guardavo e non capivo.

Con un brillio di scaglie di mica, mi svolsi
per riversarmi fuori come un liquido

tra le zampe d’uccello e gli steli delle piante
Non m’ingannai. Ti riconobbi all’istante.
Albero e pietra scintillavano, senz’ombra.
La mia breve lunghezza diventò lucente come vetro.

Cominciai a germogliare come un rametto di marzo:
un braccio e una gamba, un braccio, una gamba.

Da pietra a nuvola, e così salii in lato.
Ora assomiglio a una specie di dio

e fluttuo per l’aria nella mia veste d’anima
pura come una lastra di ghiaccio. È un dono.

Re: Sylvia Plath

MessaggioInviato: 26/01/2014, 13:01
di merinalda
Limite

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l'illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s'irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d'osso,
non ha motivo di essere triste.

E' abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.






L'ultima poesia scritta da Sylvia Plath porta la data del 5 febbraio 1963. Si chiama "Edge", "Limite". Sylvia Plath è sulla soglia. Quella soglia che varcherà la notte tra il 10 e l'11 febbraio, sigillando con lo scotch ogni fessura della cucina nella quale si era chiusa, e posando la testa all'interno del forno, il gas aperto.
Aveva in precedenza sigillato la camera dei bimbi, perchè il gas non arrivasse fin lì, e lasciato accanto ai loro lettini il latte e il pane con il burro per la colazione.



Edge

The woman is perfected
Her dead

Body wears the smile of accomplishment,
The illusion of a Greek necessity

Flows in the scrolls of her toga,
Her bare

Feet seem to be saying:
We have come so far, it is over.

Each dead child coiled, a white serpent,
One at each little

Pitcher of milk, now empty
She has folded

Them back into her body as petals
Of a rose close when the garden

Stiffens and odors bleed
From the sweet, deep throats of the night flower.

The moon has nothing to be sad about,
Staring from her hood of bone.

She is used to this sort of thing.
Her blacks crackle and drag.

Re: Sylvia Plath

MessaggioInviato: 26/01/2014, 13:05
di merinalda
Lady Lazarus

L'ho rifatto.
Un anno ogni dieci
Ci riesco -
Una specie di miracolo ambulante, la mia pelle
Splendente come un paralume Nazi,
Un fermacarte il mio
Piede destro,
La mia faccia un anonimo, perfetto
Lino ebraico.
Via il drappo,
o mio nemico!
Faccio forse paura? -
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.
Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
e io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent'anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.
Quale ciarpame
Da far fuori ogni decennio.
Che miriade di filamenti.
La folla sgranocchiante noccioline
Si accalca per vedere
Che mi sbendano mano e piede -
Il grande spogliarello.
Signori e signore, ecco qui
Le mie mani,
i miei ginocchi.
Sarò anche pelle e ossa,
Ma pure sono la stessa identica donna.
La prima volta successe che avevo dieci anni.
Fu un incidente.
Ma la seconda volta ero decisa
a insistere, a non recedere assolutamente.
Mi dondolavo chiusa
Come conchiglia.
Dovettero chiamare e chiamare
e staccarmi via i vermi come perle appiccicose.
Morire
è un'arte, come ogni altra cosa.
Io lo faccio in modo eccezionale.
Io lo faccio che sembra come inferno.
Io lo faccio che sembra reale.
Ammettete che ho la vocazione.
È facile abbastanza da farlo in una cella.
È facile abbastanza farlo e starsene lì.
È il teatrale
Ritorno in pieno giorno
a un posto uguale, uguale viso, uguale
Urlo divertito e animale:
"Miracolo!"
È questo che mi ammazza.
C'è un prezzo da pagare
Per spiare
Le mie cicatrici, per auscultare
Il mio cuore - eh sì, batte.
E c'è un prezzo, un prezzo molto caro,
Per una toccatina, una parola,
o un po' del mio sangue
o di capelli o un filo dei miei vestiti.
Eh sì, Herr Doktor.
Eh sì, Herr Nemico.
Sono il vostro opus magnum.
Sono il vostro gioiello,
Creatura d'oro puro
Che a uno strillo si liquefà.
Io mi rigiro e brucio.
Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.
Cenere, cenere -
Voi attizzate e frugate.
Carne, ossa, non ne trovate -
Un pezzo di sapone,
Una fede nuziale,
Una protesi dentale.
Herr Dio, Herr Lucifero,
Attento.
Attento.
Dalla cenere io rivengo
Con le mie rosse chiome
e mangio uomini come aria di vento.



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Contusione

Colore inonda la macchia, porpora cupo.
Tutto slavato è il resto del corpo,
ha colore di perla.

In un anfratto di rupe
risucchia il mare ossesivamente,
un solo vuoto è perno di tutto il mare.

Non più grande che una mosca
il marchio funesto
striscia giù per il muro.

Il cuore si chiude,
il mare cala,
gli occhi sono schermati.



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Papà

Non servi, non servi
non più, nera scarpa,
come un piede vi ho vissuto
per trent’anni, gramo e bianco,
trattenendo fiato e starnuto.
Papà, ammazzarti avrei dovuto,
Tirasti le cuoia prima che ci riuscissi.
Tu, fardello imbottito di Dio, marmo cocciuto,
Orrenda statua dall’alluce tristo
grosso come una foca di Frisco.
Le nevi del Tirolo, la chiara birra di Vienna
Non sono tanto pure o sincere
con la mia ava zingara ed un destino pazzo
di tarocchi ho un mazzo
qualcosa di giudeo potrei avere
Ho sempre avuto terrore di te,
della tua Luftwaffe, del tuo gregregré.
e il tuo baffo ben curato
e l’occhio ariano rifulgente blu.
Uomo-panzer, uomo-panzer, o tu
non un Dio ma una svastica nera
così che nessun cielo vi trapela.
ogni donna adora un fascista,
uno scarpone sulla faccia, un brutale
un cuore inumano, uno a te eguale.
Stai alla lavagna, papà,
nella foto che ho di te,
biforcuto nel mento, piuttosto che nel pié
ma non meno diabolico per questo, oh già
e non meno uomo nero che azzanna il mio piccolo cuore
facendolo in due.
Avevo dieci anni allorché sotterrarono te.
e a venti cercai di morire
per tornare, tornare, tornare da te.
Pensavo che le ossa servissero, perfino le tue.
Nel tuo cuore grasso e nero c’è un paletto
ai paesani nemmeno piacevi.
Ora ti pestano, sopra di te fanno un balletto.
Chi eri hanno sempre capito.
Papà, papà, bastardo, ho finito.



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Ultime parole

Non voglio una cassa qualunque, voglio un sarcofago
con striature di tigre e una faccia dipinta
tonda come la luna, con gli occhi sgranati in su.
Voglio sembrare che li guardo quando verranno
a scavarmi fra ottusi minerali e radici.
Già li vedo – pallide facce, a una distanza astrale.
Adesso non sono nulla, non sono nemmeno in fasce.
Li penso senza né padri né madri, come gli dei primigeni.
Si domanderanno se io sia stata importante.
Dovrei come frutta candire e conservare i miei giorni!
Il mio specchio si appanna -
ancora qualche fiato e non specchierà più niente del tutto.
I fiori e le facce si sbiancano come un lenzuolo.

Dello spirituale non mi fido. Sguscia via come vapore
nei sogni, per le fessure della bocca o degli occhi. Non posso
fermarlo, né mai tornerà. Ma non così le cose.
Loro restano, con quel piccolo brillìo particolare,
da tante mani scaldato, con un brusìo di piacere.
Se avrò freddo alle piante dei piedi,
mi consolerà l’occhio azzurro del mio turchese.
Siano con me le mie casseruole di rame, i miei vasi di coccio
mi fioriscano intorno notturni fiori, dal buon profumo.
Mi avvolgeranno nelle bende, deporranno il mio cuore
sotto i miei piedi in un bel pacchettino.
Non mi riconoscerò quasi. Sarà tutto buio,
ma ci sarà il fulgore di questi piccoli oggetti più dolce che il
viso di Ishtar.


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Re: Sylvia Plath

MessaggioInviato: 26/01/2014, 13:09
di merinalda
Zitella

E così questa particolare ragazza
in una cerimoniosa passeggiata d’aprile
col suo più recente pretendente
si trovò all’improvviso oltremodo sconvolta
dalla sfrenata babele degli uccelli,
da quel mare di foglie.

In preda a questo tumulto, osservava
i gesti del suo innamorato che sbilanciavano l’aria,
e il proprio passo vagante ineguale
in quel solitario rigoglio di felci e fiori.
Giudicava i petali in scompiglio,
e la stagione in generale, sciatta.

Come desiderò allora l’inverno! –
Scrupolosamente austero nel suo ordine
di bianco e nero
ghiaccio e roccia, ogni senso nei suoi limiti,
e la gelida disciplina del cuore
esatta come fiocco di neve.

Ma ecco – un germogliare
anormale abbastanza da mettere in scompiglio
le sue cinque regali facoltà –
un tradimento da non tollerare. Sì, impazziscano pure
gli idioti nel manicomio primavera:
lei se ne tirò subito fuori.

E mise tutt’intorno alla sua casa
tale una barricata di spine e impedimenti
contro quella stagione sediziosa
che nessun uomo all’assalto poté sperare d’infrangerla
per anatemi, pugni o terrore:
e nemmeno per amore.


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La luna e il cipresso

Questa è la luce della memoria, fredda e planetaria.
Neri sono gli alberi della memoria, azzurra la luce.
L'erba riversa ai miei piedi, quasi io fossi Dio, le sue pene,
pungendomi le caviglie e mormorando umiltà.
Fumosi, spiritali vapori abitano questo luogo
Che una fila di lapidi separa dalla mia casa.
Insomma, non riesco a vedere il posto che ci aspetta.

La luna non è una porta ma precisamente una faccia
Bianca come una nocca e terribilmente sconvolta.
Attira il mare come un buio delitto, tranquilla
Nell'O della sua bocca spalancata e disperata. Io
Abito qui. La domenica due volte squassano il cielo
Le campane - otto lingue clamanti Resurrezione.
Placate, infine scandiscono i loro nomi.

Il cipresso punta in su, ha un profilo gotico.
Gli occhi seguendolo trovano la luna.
La luna è mia madre. Non è dolce come Maria.
Le sue azzurre vesti sprigionano pipistrelli e civette.
Come vorrei credere nella tenerezza -
Il volto dell'effigie, ingentilito da candele,
chino proprio su me, i miti occhi.

Fu lunga la mia caduta. Le nuvole fioriscono
Azzurre e mistiche sulla faccia delle stelle.
Dentro la chiesa, saranno tutti azzurri i santi che sfiorano coi teneri piedi i freddi banchi,
Le mani e le facce rigide di santità.
Niente di ciò vede la luna;è vuota e desolata.
E il messaggio del cipresso e nerezza - nerezza e silenzio.



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Acrobata

Ogni notte quest’agile giovane donna
Riposa fra lenzuoli
A brandelli sottili come fiocchi di neve
Finché un sogno non ne solleva il corpo
Dal letto ad ardue sfide
D’acrobazie sul filo.

Tutta la notte in equilibrio
Con destrezza da gatta sulla perigliosa fune
In una sala gigantesca
Balla delicate danze
Allo schiocco di frusta ed al ruggito
Degli ordini del suo maestro.

Dorata, avanza precisa
Attraverso quell’aria greve.
Un passo e si ferma, sospesa
Al fulcro del suo gesto
Mentre grossi pesi le cadono attorno
Ed incominciano a volteggiare.

Addestrata a tal punto, la ragazza
Para l’affondo e la minaccia
Di qualunque oscillazione;
Con un improvviso slancio e una piroetta
Chiama l’applauso, la corda luccicante
Le affonda affilata in ogni coraggioso arto.

Poi, finito il difficile esercizio, fa un inchino
E serenamente si lancia giù
attraverso il pavimento di vetro
in salvo verso casa; ma, roteando occhi allenati
un domatore di tigri ed un pagliaccio sogghignante
si accovacciano, lanciandole palle nere.

Alti carri rotolano dentro
Con tuono di leoni; tutto s’adopera
Ed avanza sgraziato
Per intrappolare questa oltraggiosa leggera regina
E sbriciolare in atomi
Le sue nove vite cosi inafferrabili.

Ma lei s’accorge dello stratagemma
Di pesi neri, palle nere e carri neri
E con un’ultima abile finta salta
Attraverso il cerchio del suo rischioso sogno
Per balzar sù seduta del tutto desta
All’arrestarsi dello squillo della sveglia.

Ora come punizione per il suo talento
Di giorno è costretta a camminare temendo
I guanti d’acciaio del traffico, terrorizzata
Dalla paura che, per dispetto, tutta
L’elaborata impalcatura del cielo sopra la sua testa
Cada alla fine fragorosamente sulla sua fortuna.


[L'acrobata (AERIALIST) - delicata e crudele - fa parte di un piccolo gruppo di poesie che Sylvia Plath (Boston, 27 ottobre 1932 – Londra, 11 febbraio 1963) scrive negli anni del college, fra il 1950 e il 1955, talvolta come compiti assegnati dal suo professore di Letteratura Inglese, Alfred Young Fisher]