Messaggio 20/09/2013, 13:11

Czeslaw Milosz

Czesław Miłosz, 23 poesie



LA SOLA COSA (C)

La foresta nei colori d’autunno sopra la valle.
Un viandante arriva condotto qui da una mappa
O forse dalla memoria. Una volta, molto tempo fa, col sole,
Quando cadde la prima neve, passando di qua,
Provò gioia forte senza un perché,
La gioia degli occhi. Tutto era un ritmo:
Alberi che sfilavano, un uccello in volo,
Un treno sul viadotto, una festa del movimento.
Torna dopo anni e non chiede nulla.
Desidera la sola cosa preziosa:
Essere soltanto uno sguardo puro senza nome,
Senza aspettative, né paure, né speranze,
Per stare a quella soglia dove non c’è più io e non-io.


1985


*


FUCINA (TL)

Mi piaceva il mantice mosso da una corda.
Forse da mano, forse da pedale, non ricordo.
Ma questo soffiare, questo avvampare del fuoco!
E un pezzo di ferro sulla fiamma, tenuto da pinze,
Rosso, già molle, pronto per l’incudine,
Battuto da martello, curvato a ferro di cavallo,
Messo in un catino d’acqua, un getto di vapore.
Legati i cavalli che saranno ferrati,
Agitano le criniere e sul prato vicino al fiume
I vomeri, le slitte, gli erpici per essere riparati.
All’uscio, scalzo, sentendo la terra battuta col piede nudo.
Vampate di calore e alle mie spalle nembi.
Guardo e guardo. A questo ero chiamato:
A lodare le cose perché sono.

*

RICONCILIAZIONE (TL)

Giunse tardi per lui il tempo di una umile riconciliazione
Con se stesso. “Si” – ha detto –

“Sono stato creato per essere poeta
E nient’altro. Niente veramente
Sapevo fare aldilà di questo. Vergognandomi tanto
Senza tuttavia poter cambiare il destino”.
Poeta: uno che pensa sempre a qualcos’altro.
Con la sua distrazione fa disperare i suoi vicini.
Forse anche è privo di sentimenti.
Ma alla fin fine, perché no?
Nella diversità umana il cambiamento e la varietà
Sono pure necessarie. Facciamo visita al poeta
Presso la sua casetta nella smorta periferia
Dove alleva conigli, produce liquori
E registra su nastri versi ermetici.



*


TERRE LONTANE (TL)



Vorresti sapere come si sta in vecchiaia?
Certo è che di questo paese si sa poco
Fin quando noi stessi non arriveremo la, senza diritto di ritorno.


1. Mi guardavo intorno. Potevo capire
Che questo accadesse agli altri, ma perché a me?
Che cosa ho in comune con loro? Solcati di rughe, grigi,
Si trascinano con un bastone, nessuno li aspetta.
Forse così mi vede una ragazza,
Ma io allo specchio mi vedo diverso.


2. Non c’è pace. Trascinato senza il mio consenso,
Con la paura che presto mi lascerà
Proprio lui, che mi vestiva il mondo di colori,
Dava vigore ai muscoli e mi suggeriva le parole.
Mai prima Eros era stato tanto prepotente in me
E il mondo dei giovani eterno.


3. Mi fa ridere tutto questo mio morire.
Debolezze nelle gambe, palpitazioni di cuore, difficoltà nelle salite.
Io accanto al mio corpo capriccioso.
Come in un nido in cima alla montagna nella chiarezza della mente.
E tuttavia umiliato dall’asma
E sconfitto per la perdita di denti e capelli.


4. Sono diventato saggio, assaporo il vino invecchiato,
La verità sugli altri e la verità se me stesso.
Un tempo disperavo, ma non valeva la pena.
E che importa se mi sentivo incerto e inabile.
Nel bene e nel male la vita si è avvertita
E tutti ci siamo trovati nel giardino del perdono.


5. Non vorrei tornare giovane, anche se ne sono geloso.
I giovani neanche sanno quanto sono felici.
Dovrebbero salutare con inno il sorgere del solo
E comporre ogni giorno un cantico dei cantici.
Ma non potrei sfuggire da me stesso,
Sarei comunque intrecciato tra il mio destino e i miei geni.
È un bene che tale miseria accada una volta sola.


6. “Mezza vita avrei dato,
Perché si realizzasse quanto prima avevo domandato”.
Alla fine tutto si compie lasciandoci una penosa amarezza.
O gente mortale, non chiedete! Perché sarete comunque esauditi.


7. Visito le terre che non ho ancora conosciuto
Di cui non si parla neppure nei testi dei dotti.
Un albero millenario pare vecchio di un solo giorno.
Una farfalla in un attimo si fissa nell’aria per l’eternità.
Una ragazza romana appare e scompare nell’atrio
In una curva buia di un tempo senza data.
È comico come siamo divisi in due schiere:
Donne che si accorgono dei pudori ridicoli di uomini
E uomini che si accorgono dei pudori ridicoli di donne.
Sotto i nostri piedi re stanno come moscerini rinsecchiti.
Rue de la Vrillière era reale fino a quando è vissuto Kot Jeleński,
Che una volta mi disse: “Ti condurrò sulla tomba di Cleopatra”,
E mostrandomela affermò: “È qui” – soffermandosi nella galleria di Vienne.


(Secondo una ben nota legenda parigina, Napoleone ha portato con sé dall’Egitto la mummia di Cleopatra e non sapendo cosa farne, decise di seppellirla nell’attuale galleria di Vienne).


8. Mawet, mors, mirtis, thanatos, smrt.
E così termina lo stato di possesso,
Di tutto ciò che ero abituato dire: mio.
E così termina la vita della mente.
Gelo assoluto. Come varcherò questa soglia?
Cerco l’antagonista più forte alla morte.
E penso sia la musica, la musica barocca.

9. – Dopo di te rimane la tua poesia. Sei stato un grande poeta.
- Ma in verità andavo sempre di fretta.
Come quando mi svegliava lo starnazzare dei volatili della fattoria
E il sole accecante mi chiamava alla corsa,
Scalzo, lungo i sentieri umidi e battuti dei campi.
E così pure ogni mattina mi alzavo
Sapendo di aver molto da scoprire
Nei regni boscosi, che la penna sa disegnare,
Per raggiungere quel nucleo della foresta dove tutto sarà vero?
E sempre con la sola speranza, che domani questo sicuramente avverrà.

10. – Di te resterà la poesia. Una parte di essa rimarrà nel tempo.
Forse, ma questa è una debole consolazione.
Ma chi avrebbe mai pensato che l’unico rimedio per l’afflizione
Potesse essere così amaro e poco efficace.

11. “Cammino come mascherata dall’abito di una donna vecchia e obesa”.
Così scrisse poco prima di morire Anna Kamieńska.
Si, lo so. Siamo come fiamme tremanti
Non compatibili con vasi d’argilla. Ma riprendiamo a scrivere con la sua mano:
“Lentamente mi ritiro dal mio corpo”.
(Arrivano due poetesse diciassettenni.
Una è lei. Vanno ancora a scuola.
Da Lublino sono giunte al maestro – cioè da me.
Siamo nella casa di Varsavia con vista sui campi,
Giannina ci offre il tè, elegantemente sgranocchiamo dei biscotti.
Non dico loro, che proprio lì nel giardino, giacciono i fucilati di guerra.)

12. Sarei felice di poter dire: “Sono sazio.
Ho assaporato in questa vita tutto ciò che potevo”.
Ma sono come chi timidamente sposta la tenda
Per osservare una festa a me incomprensibile.


*

LEGGENDO “LE NOTE” DI ANNA KAMIEŃSKA (TL)


Leggendole mi sono accorto di quanto lei era ricca ed io povero.
Ricca di amore e sofferenza, di pianto, di sogni e preghiere.
E’ vissuta tra i suoi, persone semplici che si confortavano a vicenda,
Uniti da quel patto che tra i vivi e i morti si rinnova sulle tombe.
La rallegravano erbe, rose selvatiche, pini, campi di patate
E il profumo della terra a lei noto fin dalla giovinezza.
Come poetessa non era un granché. Ma va bene così.
Un uomo buono non impara mai i giochi astuti dell’arte.


*


QUESTO (Q)


Se finalmente potessi esprimere ciò che è dentro di me.
Urlare: gente, vi mentivo
Dicendo, che questo in me non c’è.
Quando invece QUESTO è lì, sempre, di giorno e di notte.
Anche se proprio grazie a questo
Ero in grado di descrivere le vostre infiammabili città,
I vostri brevi amori e i vostri giochi che si sbriciolano come un legno tarlato,
Orecchini, specchi, la spallina cadente,
Scene di camera da letto e di resti di battaglia.


Scrivere era per me una forma strategica di protezione
Per cancellare le impronte. Perché non è possibile che alla gente piaccia
Colui che stende la mano verso il proibito.


Richiamo in aiuto i fiumi in cui nuotavo, i laghi
Con il ponticello tra giunchi, la valle,
In cui l’eco di un canto accompagna la luce della sera,
W confesso che le mie lodi estetiche sull’esistente
Potevano essere esercizi di alto stile,
Ma sotto sotto c’era QUESTO, che non mi sento di nominare.


QUESTO è simile al pensiero di un vagabondo quando cammina per la strada gelata
di una città straniera.


Ed è simile al momento in cui un Ebreo assediato vede
i pesanti caschi dei gendarmi tedeschi che si avvicinano.


QUESTO è come quando il figlio del re va in una città e vede il mondo
vero: miseria, malattia, vecchiaia e morte.


QUESTO può essere paragonato al volto assente di qualcuno,
che ha capito di essere stato abbandonato per sempre.

O alle parole di un medico con un verdetto irreversibile.

Perché QUESTO significa incontrare un muro di pietra,
e capire, che questo è un ostacolo che non cederà al alcuna nostra supplica.


*


AL NOCCIOLO (Q)


Non mi riconosci, ma sono sempre io, lo stesso
Che tagliava per gli archi i tuoi rami bruniti,
Così dritti e slanciati verso il sole.
Sei cresciuto, estesa è la tua ombra, produci nuovi germogli.
Peccato che io non sia più quel ragazzo.
Forse taglierei per me un ramo, perché vedi, cammino con il bastone.


Amavo la tua corteccia, marrone, cosparsa di una patine bianca,
Di un perfetto color nocciola.
Mi rallegrano le piante sopravissute di quercia e di frassino,
Ma tu mi dai gioia massima.
Come sempre magnifica, con le perle delle tue nocciole,
Con le generazioni di scoiattoli, che danzavano su di te.


C’è qualche cosa del pensiero eracliteo in me, quando sto qui,
Ricordandomi, come ero,
E la vita come era e anche come avrebbe potuto essere.
Niente rimane, ma tutto permane: grande stabilità.
Tento di mettere in essa il mio destino
Che, a dire il vero, non volevo accettare.
Ero felice con il mio arco, andando di soppiatto lungo le sponde della fiaba.
Quello che mi è successo dopo è degno solo di una scrollata di spalle,
È solo biografia, cioè fantasia.


POST SCRIPTUM


Biografia significa fantasia, ossia grande sogno.
Nuvole messe a strati in un pezzo di cielo tra il chiarore delle betulle.
Vigne gialle e arrugginite alla sera.
Solo per un po’ ero servo e viandante.
Perdonato, torno per la strada che non c’è.


Szetejnie – Napa Valley, autunno 1997


*


TESTA (Q)


Una grande testa usciva in superficie
dietro le colline all’altro lato del fiume
e vedeva un ragazzo con la canna da pesca,
che fissando il galleggiante,
pensava soltanto: prende, non prende.


- Che faremo con lui – la testa pensava,
dando le disposizioni agli spiriti
specializzale a disporre dei destini.


- Ed è così – la testa dice a se stessa,
avendo di fronte a sé lo stesso posto sul fiume
e un vecchio, che è tornato qui dopo lunghi viaggi.


- Alcuni hanno impressione,
che sono loro stessi a decidere e a compiere.
Questo almeno sa,
che era un giocatolo delle forze
sorridenti, saltanti in aria
e solo rimane stupito,
che così sia successo con lui.


*


DIMENTICA
(Q)


Dimentica le sofferenze
Che hai causato.
Dimentica le sofferenze
Che hai subito.
Le acque scorrono,
Le primavere esplodono e svaniscono,
Tu attraversi questa terra che poco ricorda di tutto ciò.


A volte senti da lontano una canzone.
Che cosa è questo, domandi, chi canta là?
Il sole sorge sempre giovane,
Nascono nipoti e pronipoti.
Ora conducono te per mano.


I nomi dei fiumi ti sono rimasti ancora.
Quando a lungo vivono i fiumi!
I tuoi campi, incolti,
Le torri delle città, irriconoscibili.
Tu sei sulla soglia, ammutolito.


*


LA CORSA (Q)


La mia corsa gioiosa attraverso oscuri parchi d’autunno,
Quando sui sentieri gli aghi o lo scricchiolio delle foglie,
E le radure sotto le querce si spopolano,
Si spengono i lividi occhi dei televisori.


Una tale leggerezza di passi non ho mai avuto,
Forse tanto tempo fa, nella mia mattina all’età di otto anni,
Sollevato dalla terra, imbevuto di luce,
Non mi fermo nella mia corsa in aria.


Non benevola mi saluta l’alba che si sveglia.
Durante il giorno mi trascino lentamente col bastone, asmatico.
Ma la notte mi invia a lunghi viaggi,
E là, come all’inizio, il mondo è nuovo e bello.


*


OVUNQUE (Q)


Ovunque mi trovo, in qualsiasi posto
su questa terra, nascondo di fronte a tutti la convinzione,
che n o n s o n o d i q u a.


Come se io fossi mandato ad assorbire il più possibile di
colori, gusti, suoni, profumi e sperimentare
tutto, ciò che è
destino dell’uomo, trasformare ciò che prova
in un registro magico e portarlo la, da dove
sono venuto.


*


ODE PER L’OTTANTESIMO COMPLEANNO DI GIOVANNI PAOLO II
(Q)


Veniamo a Te, uomini di poca fede,
Perché Tu ci rafforzi con l’esempio della Tua vita
E ci liberi dall’inquietudine
Per l’oggi e per il domani. Tuo è il ventesimo secolo
Famoso per i nomi di potenti tiranni
I cui paesi avidi sono caduti in nulla.
Tu sapevi che sarebbe stato così. Insegnavi la speranza:
Perché solo Cristo è il signore della storia.

Gli stranieri non hanno compreso, da dove provenisse la forza segreta
Del chierico di Wadowice. La preghiera e la profezia,
Presenti nei poeti, non riconosciuti dal progresso e dal denaro,
Nonostante fossero uguali a re, Ti aspettavano,
Perché Tu, in vece loro, annunziassi urbi et orbi,
Che la storia non è un caos, ma un ordine complesso.

O Pastore a noi dato, quando si allontanano gli dei!
E nella nebbia sopra le città luccica il Bue d’Oro.
Folle indifese corrono ad offrire
I propri figli agli schermi sanguinosi di Mòloco.
Paura nell’aria, lamento inesprimibile:
Perché non basta voler credere, per poter credere.

All’improvviso, come limpido suono di campana per la preghiera mattutina
Il Tuo segno di contraddizione, simile ad un miracolo,
Perché ci si domandi: come è possibile,
Che Ti ammirino giovani di paesi non credenti,
Si riuniscano sulle piazza testa a testa,
Aspettando la novella che ha duemila anni,
E cadono ai piedi del Successore,
Che con amore abbraccia l’intera umanità.

Sei con noi e da ora in poi, sarai sempre con noi.
Quando si sentiranno le potenze del caos,
E i possessori della verità si chiuderanno nelle loro chiese,
E solamente i dubbiosi rimarranno fedeli,
Il Tuo ritratto nelle nostre case ogni giorno ci ricorderà,
Cosa può fare un uomo e come agisce la santità.


*


UN ALCOLISTA VARCA LE PORTE DEI CIELI (Q)


Come sarei stato, Tu lo sapevi fin dall’inizio.
E dall’inizio di ogni creatura vivente.


Deve essere terribile il conoscere
contemporaneamente
ciò che è, era e sarà.


Da giovane ero fiducioso e felice,
sicuro che proprio per me ogni giorno sorge il sole
e per me al mattino si aprono i fiori.
Dall’alba al tramonto correvo nel giardino incantato.

Non sapendo che Tu dal Libro Genetico
mi scegli per un nuovo esperimento,
come se Tu non avessi prove sufficienti,
che così della libera volontà
nulla può contro il destino.

Sotto il tuo sguardo divertito soffrivo
come un bruco inchiodato dalla spina di un prugnolo.
Davanti a me si manifestava l’orrore di questo mondo.

Come potevo non fuggire da questo verso una fantasticheria?
nel bere, che cessa il battere dei denti
e spegne questa sfera infuocata che schiaccia il petto
e mi permette di pensare che ancora vivrò come gli altri?

Finché ho capito che vago da una speranza all’altra
e Ti ho chiesto, Ogniscente, perché
mi tormenti. È una prova, come quella di Giobbe,
fino a quando riconoscerò la mia fede come un illusione
e dirò: non esisti Tu e i tuoi giudizi,
e su questa terra governa il caso?

Come puoi guardare
contemporaneamente le miriadi di dolori?

Penso, che se per questo motivo gli uomini non credono
che esisti, ai tuoi occhi meritano una lode.

Ma forse perché hai avuto una pietà senza limite, sei disceso sulla terra,
per provare ciò che sentono i mortali.

Sopportando il dolore della croce per il peccato, ma di chi?

Ecco, io ti prego, perché non sono capace di non pregare.

Perché il mio cuore desidera Te, anche se so, che non mi guarirai.

E così deve essere, che coloro che soffrono, continuano a soffrire, lodando il Tuo Nome.


*


PREGHIERA
(Q)


Sotto i novanta e sempre con le speranza
Che dirò, esprimerò, mi libererò.


Se non di fronte agli uomini, almeno di fronte a Te,
Che mia hai nutrito di miele e assenzio.


Mi vergogno, perché sono obbligato a credere, che mia hai guidato e protetto,
Come se per te lo meritassi.

Ero simile a coloro che stavano nei lager e legando a croce due rami di pino,
Mormoravano ad esse sulle brande nelle baracche di notte.

Ti ho fatto una richiesta egoista e Tu l’hai accolta
Solo perché potessi vedere quanto era irragionevole.

Ma quando preso dalla compassione per gli altri, supplicavo per un miracolo,
I cieli e la terra rimanevano in silenzio, come sempre.

Moralmente sospetto perché credevo in Te,
Ammiravo non credenti per la loro schietta tenacità.

Che ballerino sono di fronte alla Tua Maestà,
Se consideravo la religione buona per i deboli, come me?

Il più anomalo della classe di padre Chomski,
Già allora meditavo sul turbine vorticoso della predestinazione.

Ora spegni lentamente i miei cinque sensi,
E sono un vecchio uomo che giace nelle tenebre.

Consegnato a questo che mi tormentava,
Correvo avanti nel comporre versi.

Liberami dalle colpe vere e presunte,
Dammi la certezza che faticavo per la Tua gloria.

Nell’ora della mia agonia rimanimi accanto con la tua sofferenza,
Che non può salvare il mondo dal dolore.


*


DOPO (Q)


Mi sono cadute concezioni, convinzioni, credenze,
opinioni, certezze, principi,
regole e abitudini.


Mi sono svegliato ai margini della civiltà
che mi è apparsa comica ed incomprensibile.


Le aule a volta, un tempo dell’accademia dei gesuiti,
dove apprendevo le scienze,
non sarebbero soddisfatte di me.

Anche se ancora ricordo
alcune sentenze latine.

Il fiume scorre sempre tra le foreste di querce e pini.

Stavo immerso fino ai fianchi, ispirando il profumo selvatico
di fiori gialli.

E i nembi. Come sempre da queste parti
tanti nembi.

Sul fiume Wilia, 1991


*


L’ALDILÀ (AD)


O che spaziose stanze celestiali!
Ascendere a loro su gradini aerei.
Giardini paradisiaci pensili sulle nuvole.


L’anima si stacca dal corpo e plan,
Ricorda che ci sono l’alto
E il basso.


È vero che abbiamo perso la fede nell’aldilà?
Sono spariti, scomparsi il Cielo e l’Inferno?

Senza prati aldilà della terra come incontrare la Salvezza?
Dove avrà sede l’associazione dei condannati?

Piangiamo, lamentiamoci per la grande perdita.
Copriamoci il volto con il carbone, sciogliamo capelli.

Supplichiamo che ci ritorni
L’aldilà.


*


TARDA MATURAZIONE (AD)


Non presto, perché solo verso i novanta, si sono aperte in me
le porte e sono entrato nella limpidezza del mattino.


Sentivo allontanarsi da me, una dopo l’altra,
come le navi, le mie vite passate con i loro tormenti.


Si mostravano, affidandosi al mio bulino, paesi, città, giardini,
baie dei mari, per essere descritte meglio di prima.

Non mi sentivo separato dagli uomini, perché il dolore e le sofferenze ci univano
e dicevo: abbiamo dimenticato che tutti siamo figli dello stesso Re.

Perché proveniamo da là dove non c’è separazione
Tra Si e No, e nemmeno tra è, era e sarà.

Siamo infelici perché usiamo meno della centesima parte
del dono che ci è stato fatto per compiere il nostro lungo viaggio.

Attimi di ieri e di secoli fa: un colpo di spada, dipingere le ciglia
davanti allo specchio di metallo lucidato, colpo mortale di moschetto,
scontro di caravelle con un banco di coralli, abitano in noi e attendono il loro compimento.

Sempre sapevo che sarei stato un operaio nella vigna, come
tutti i miei contemporanei consapevoli o non consapevoli di questo.


*


SE NON C’È (AD)


Se Dio non c’è
Non tutto all’uomo è permesso.


Egli è custode di suo fratello
E non è lecito a lui rattristarlo
Dicendo che Dio non c’è.


*


SOGGIORNO (AD)


Il soggiorno in quella città era simile a un sogno,
E questo sogno durò molti anni.


A dir verità a me non importava nulla,
Fin tanto che sentivo la voce che mi dettava versi.


Ho trovato proprio questo modo di vita,
E così si adempiuto il mio destino.

Alcuni immaginando che io fossi con loro
Conoscevano solo i miei travestimenti.

Me lo rimproveravo perché volevo essere diverso:
veritiero, coraggioso, nobile.

Ma poi dicevo tra me: un livello troppo alto,
sono e sarò storpio, ma questo agli altri cosa importa?


*


EMIGRARE (AD)


Nei sogni mi tornano in mente gli anni del esilio,
E soltanto con essi so, quanto soffrivo.
Nascondiamo la nostra vita passata,
La muriamo come fanno le api,
Che incollano le celle danneggiate.


Chi sarebbe in gradi di esistere, conservando il ricordo
Di tutte le umiliazioni della nostra ambizione troppo alta,
E di tutti gli sguardi indulgenti sul poveraccio
Che pensa, che come a casa, anche qui conta qualcosa?


Se dovessi dare una testimonianza ai giovani,
Non parlerei del successo,
Che, certo, accade ma è amaro.


*


DISADATTAMENTO (AD)


Non ero fatto se non per vivere nel Paradiso.


Questo disadattamento semplicemente era in me genetico.

Su questa terra una puntura di spina di rosa diventava una ferita,
ogni qual volta una nuvola nascondeva il sole, provavo tristezza.

Lavoravo come tutti da mattino a sera, ma fingevo, ero assente,
mi affidavo a terre invisibili.

Per consolarmi fuggivo nei parchi di città,
a guardare e dipingere fedelmente fiori e alberi,
che tuttavia mutavano in piante del Paradiso.

Non ho mai amato la donna sensualmente,
volevo vedere in lei soltanto la sorella che era prima del nostro esilio.

Apprezzavo la religione perché su questa terra di dolore
era un canto funebre e di preghiera.


*


OCCHI (AD)


Rispettabili occhi miei, non va molto bene con voi.
Ricevo da parte vostra un’immagine poco nitida
E il colore è annebbiato.
Voi eravate una muta di bracchi regali
Con cui un tempo partivo di buon mattino.


Occhi miei captanti, avete visto molti
Paesi e città, isole e oceani.
Insieme salutavamo aurore maestose,
Quando un ampio respiro ci richiamava alla corsa
Lungo i sentieri su cui si asciugava la rugiada.
Ora quanto avete visto è nascosto in me
E trasfigurato nella memoria e nel sogno.
Lentamente mi allontano dal chiasso di questo mondo
E noto in me un certo disgusto
Per questo scimmiottare degli abiti, delle grida e del tambureggiare.
Che sollievo. Da solo con i miei pensieri
Sulle tante cose uguali degli uomini
E sulle poche differenze tra di loro.
Senza occhi, fissando un unico punto luminoso
Che si dilata e mi circonda.

22 VII 2001


*


CHE COSA HO IMPARATO DA JEANNE HERSCH? (Q)


1. Che la ragione è un grande dono divino e che bisogna credere che è capace di conoscere il mondo.


2. Che si sono sbagliati questi, che non si fidavano della ragione, elencando da che cosa essa dipende: dalla lotta delle classi, dal libido, dalla volontà di potenza.

3. Che dovremmo essere consapevoli che siamo chiusi nel cerchio delle proprie sensazioni, ma non per ridurre la realtà ai sogni e alle fantasie della nostra mente.

4. Che la veracità testimonia la libertà e che dalla menzogna si riconosce la schiavitù.

5. Che l’atteggiamento giusto nei confronti della realtà è il rispetto, e allora bisogna evitare la compagnia delle persone che umiliano la realtà con il loro sarcasmo e glorificano il nulla.

6. Che anche se ci accusassero dell’arroganza, nella vita intellettuale bisogna seguire la regola di una stretta/precisa gerarchia.

7. Che gli intellettuali del ventesimo secolo erano dipendenti del “baratin”, cioè della loquacità irresponsabili.

8. Che nella gerarchia dell’agire umano l’arte è superiore della filosofia, ma la cattiva filosofia può danneggiare l’arte.

9. Che esistono le verità oggettive, che vuol dire che da due definizioni contradette una è vera e altra falsa, con l’eccezione di certi casi quando la contradizione è giustificata.

10. Che indipendentemente dalle confessioni religiose dovremmo conservare una “fede filosofica”, cioè la fede in trascendenza, come un tratto essenziale della nostra umanità.

11. Che il tempo esclude e condanna ad essere dimenticati soltanto queste opere delle nostre mani e delle nostre menti, che si rivelano inutili nella costruzione, secolo dopo secolo, del grande edificio della civiltà.

12. Che nella propria vita non è ammesso lasciarsi dominare dalla disperazione a causa dei nostri sbagli e peccati, perché il passato non è chiuso e riceve il suo senso dalle nostre azioni future.


Traduzione: Maciej Bielawski e Paola Pisani
http://maciejbielawskitranslations.blogspot.it

Abbreviazioni: C = Kroniki, 1988 (Cronache); SF = Na brzegu rzeki, 1994 (Sulla sponda del fiume); TL = Dalsze okolice, 1991 (Terre lontane); Q = To, 2000 (Questo); AD = Druga przestrzeń, 2002 (Altra dimensione).
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