Gio R.


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Moderatori: Luca Necciai, ito nami

Sommo poeta

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Messaggio 08/02/2011, 21:41

Re: Gio R.

Ti ringrazio, Gio R. Ho letto con molto piacere i tuoi versi " Mortificazione ".
Nel modo che mi è più congeniale, cioè la semplicità, posso dirti il mio punto di vista.
Vedo, sento la presenza del dramma nel contesto della tua composizione, profonda riflessione sugli aspetti
salienti dell'essere, e, questo mi riporta idealmente a Shakespeare.
--------
sabatino

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Messaggio 09/02/2011, 21:47

Re: Gio R.

Sì, beh, ho tenuto come al solito la forma del sonetto e l'endecasillabo per il metro.

Invece la seguente è di ispirazione profondamente umana e al contempo biblica.


SETE

Mi scrollo di dosso la sera,
la brina
assonnata
del tempo.
Scroscia adesso e scivola
sin nell’essere la mia sete.
Sete bramosa, mi seduce,
di un’acqua incessante
che scintilla, scende sui suoi serpeggi,
schioccano i suoi risucchi
ed il suo suono m’invita
perché beva vera vita!

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Messaggio 13/02/2011, 15:49

Re: Gio R.

Note circa il metro: tre quartine di endecasillabi scioltamente posti in assonanza o consonanza. Solo due rime sono perfette: quella che apre e quella che chiude la breve poesia. Ad ogni quartina è dedicato un aspetto dello svilupparsi del tema (caratterizzato da una certa scelta vocalica: dalla prima all'ultima strofa cambiano le vocali su cui cade l'accento della cesura). Gli opposti sono ritmici: la prima strofa apre con un verso quasi parisillabo (cesura sulla 5a sillaba) e così è l'ultimo verso. Dopodiché la prima strofa apre con un verso a minore e due a maiore e con un chiasmo metrico si chiude la terza strofa con un endecasillabo a maiore e due a minore). L'ultimo verso è rimato, ma spaiato. Specialmente nel primo verso di ogni strofa, ma in generale nel piccolo componimento si è data importanza al ritmo dettato da parole strane per il loro effetto tonico come le sdrucciole.


INVERNO

Mormora lo spirito incatenato
A questo giorno, più scuro del ventre
Della notte, profondo e illimitato,
Mentre il tempo or si vuota or si riempie

Dell’arido e ormai dimentico gesto
Che amor all’anelare mio toglie.
Nel silenzio la luce s’assottiglia,
Seccano come stecchi le parole.

Eppur affascina l’animo il giallo e
L’azzurro placido che il cielo invade
Come nell’adagiarsi a te balena,
Lontana e ignota, la vastità serena.

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Messaggio 19/03/2011, 13:10

Re: Gio R.

(Di seguito ho pubblicato un primo testo il cui significato è mutuato dal secondo)


ASSENZA

Ti ho intesa camminare sul mio destino.
Ho scoperto in me il rumore e l’afasico pianto
Che portano le sole immagini.
Tesa ed acuta è la tua
Perché d’eguagliarti si prova,
Ma tutto ciò che resta è l’assenza
E da me un rivolo di speranze si parte.

È scivolata nel crepuscolo la tua ombra
Ch’io adoravo con tanta insistenza d’ingenuità.
Or che ti so altra da me, dal mio pensiero,
Dal passo della tua ombra, dall’effimero
Gesto del tuo braccio,
Vorrei vederti oltre il breve salto che fa la fiamma
Prima di soffocar nel buio.

Vorrei accostarmi alla verità:
Io son tangibile, son di carne, di calore
E tu, te che ho cercato dallo sbocciar dell’orizzonte
Al patir greve dell’ultima stracciata luce,
Di che natura sei?
Anelo il tuo viso – fulge e fende l’abisso –
E tuttavia m’è nascosto.

15.2.11



Ognuno, che abbia sperimentato un minimo di sincerità verso se stesso, prova almeno una volta nella vita un senso di smarrimento riconoscendo nella propria natura un bisogno di qualcosa d'infinito. Io provo anche la vertigine, la sproporzione, di fronte a quell'infinità. La mentalità comune la censura; io, negletto, la cerco e la prego.

16.03.2011
Ultima modifica di Gio R. il 21/03/2011, 18:19, modificato 1 volta in totale.

Sommo poeta

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Messaggio 19/03/2011, 15:52

Re: Gio R.

Di che natura sei?
Credo che abbia poca importanza.Chi ama intensamente è pronto a passare quasi su tutto e a sopportarlo.
ito nami

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Messaggio 21/03/2011, 18:15

Re: Gio R.

Io credo che comunque di importanza ne abbia, voglio dire, la domanda è come rivolta al destino, al Cielo, fai tu: insomma a un'entità che mi dica cos'è quel che mi manca (dunque cos'è quell'assenza).
----

Ho riesumato un vecchio testo, banaluccio, ma comunque credo che si meriti una rispolverata anche solo per divertimento, visto che ci sono un paio di figure, alcune allitterazioni che non mi dispiacciono del tutto.


IL VENTO

Vento caldo,
Vento d’estate,
Che sfiori le campagne
Che picchi alle vetrate
Porti delle vigne l’odore,
Della terra l’aspro sapore.

Bruciante, or urli il tuo rancore,
Or canti fra folte, incerte fronde
La fatica di questo sopito cuore
E ne sospingi il ricordo sulle onde

Vento di gelo,
Vento d’inverno,
Che nascondi segreti
Che t’insinui dall’esterno
Sussurri agli occhi nascosto
Poi ruggisci tra l’ignoto e il Sosto.

Fendono fin nei freddi nidi
Le note tue di algido tormento;
Dolorosamente stridi:
Dei morti porti il lamento?

Vento che parli,
Che gridi, che rallegri e sollevi,
Vento che parti,
Mai dormi, solo, ti levi.

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Messaggio 24/03/2011, 17:58

Re: Gio R.

Si tratta di una sorta di laude che tenta di avere un effetto tra lo straniante e l'allucinato e l'antico, ma prendendo la via dell'ermetismo più estremo e dell'ultima spiaggia del simbolismo più bieco, in novenari liberamente interconnessi da rime e rimandi fonici.
Si tratta di un percorso dell'anima in più tappe che parte da un dato esterno (annuncio) che viene riconosciuto (anamnesi) e ne consegue un'invocazione e una sorta di preghiera, di sicuro una supplica, dove la figura dell'Altro (lo scrivo con la maiuscola perché è quel qualcosa di divino, sia Cristo o sia Dio o un'entità paterna-materna superiore) si trasfigura ed assume i caratteri di un amore vagamente terreno (amante, saggia) che però in questo caso ha la funzione d'esser femminile più che altro solo per consolare, una divinità che possiede il carattere di comprensione totale di una madre e al contempo di una donna che ama.


INVOCAZIONE

Annuncio

voce annunciante:

“Àlzati verso il Cielo e grida,
Annuncio d’un lontano astro
Falsa la vista che l’ha perso,
Brucia l'inganno di perfidia”

Anamnesi

voce reminiscente:

Bàttere alto del chiodo sta
Nell’acqua del selciato scuro
Presagio, eco d’eternità
Raggio nel notturno futuro.

Invocazione

voce invocante:

Ho atteso a lungo nel vestibolo
Della vita senza cuore
Tracciando su un tronco morto
Le colpe di cui mi vestivo
Lodando l’osceno, l’errore

Di cui mi parlerai risorto
Come d’antiche notti, paure
Sfoltite da mani d’amante,
Saggia nell’apporle sul capo
E con agio dolce e struggente

Udir tenera e severa voce,
Sentir che vede e riconosce:
“Tacciano il veleno, l’orrore”.
Ed il pianto sarà appagato,
Il pianto che fu senza cuore.
Ultima modifica di Gio R. il 24/03/2011, 19:46, modificato 1 volta in totale.
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Sommo poeta

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Messaggio 24/03/2011, 18:26

Re: Gio R.

Caro Giovanni,
hai il raro dono di possedere un'interiorità ricchissima, interiorità che mai sopisce nella ricerca costante dell'Altro da sé.

Ciao. :D

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Messaggio 31/03/2011, 22:02

Re: Gio R.

La "mano" è il "fato avverso", la moira greca insomma. È tutta un'invettiva per la propria libertà. Neanche i mille odori e mille colori che s'accendono nei campi mi fanno sperare più, come accadeva un tempo. Ora non mi dispero, ma nemmeno mi raccendo: tutto e noia, appiattimento, morte, odore di carcassa mangiata da cani. La carcassa del mio pensiero, del mio amore arso dal sole, spazzato dal vento gelido.
Ho scelto la forma del sonetto.

Mano protettrice aleggia ed oscura
Ogni perduta face e ogni disegno,
Fosse esso alto e meritevole o indegno;
Non v’è intenzion che sott’ a lei si dura.

Profumo di terra: l’illuminarsi
Di tanta vita nei solinghi campi
E la memoria dei miei pensieri ampi;
Olezzo acido, sono, e corpi arsi.

Si contendono le carogne i cani:
Ogni morso un lacero trancio perso
Della mia Libertà imputridita.

Mano violenta il fato regge e vani
Rende gl’ atti e gli sforzi cui fa il verso
- voce orrenda - alla Speranza, sfinita.

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Messaggio 04/04/2011, 13:18

Re: Gio R.

VIII

Lascia, o divina Beltà, lascia scendere
Dall’eterna tua anfora il piacere,
La lusinga e il tuo saggio sapere,
Sul mio bruno capo senza offendere.

Lascia, o commossa Beltà, lacrimare
Me per quel folto crin, dorate foglie,
Poiché mai Dolor ebbe miglior moglie
Dell’ardua commozione che ho d’amare.

L’aria mi sopraffece quando vidi
Nella fresca penombra il tergo lieve
Acceso di luce in rivi cupidi

Del mio pïetoso sguardo e triste
Per l’immane sua grazia di neve
Come il nitor rosa di albe mai viste.

Sommo poeta

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Messaggio 04/04/2011, 18:59

Re: Gio R.

classicheggiante in tutto:forma chiusa,linguaggio,pensiero,patina
ito nami

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Messaggio 08/04/2011, 18:16

Re: Gio R.

Il fascino vincitore dei sonetti Baudelairiani. :D

Sommo poeta

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Iscritto il: 05/09/2008, 11:15

Località: Alessandria

Messaggio 20/04/2011, 11:10

Re: Gio R.

Sono un amante dei sonetti. Bravo Gio.

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Messaggio 08/05/2011, 20:00

Re: Gio R.

Effetto alba


Attendo il mio destino
Rimosso dalla nebbia
Di un vanitoso oblio
Di un cieco mattino.
Attendo il fischio del battello
Spargersi al vento
Come il polline delle forsizie
O delle magnolie in fiore.
Il profumo chiama il giorno,
Si stende nell’alba,
Non saranno più nella mia preghiera
Né il raccapriccio, né le disperate
Note di una voce soffocata
Dalla tenebra spalmata
Su un muro di lugubri richiami
Dentro la notturna foschia.
Qualche lampione tentenna,
Il lume s’arrampica sulle pareti.
Respiro in silenzio l’umida ora
E il mio destino impalpabile.

Sommo poeta

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Località: bari

Messaggio 09/05/2011, 16:04

Re: Gio R.

anche se non sappiamo il destino impalpabile che chiama questa partenza in battello in una nebbiosa alba, l'incipit di quellla canzone francese:Partir ce mourir un peu;ce mourir a ce qu'on aime... ci rende comunque ragione della tristezza.
La poesia ha titolo Partir ed è di Edmondo Harancourt.Ne esiste una versione canzone di Harancourt -Tosti.

Un giorno si dice che Mauriche Chevalier parlando di questa canzone esclamasse: Va bé ma morire è partire un po' troppo.

Poesia questa tua di spleen,e di grande languore,un po'ansiogena.
ito nami
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