Gio R.


ogni scrittore può aprire un topic con il proprio nome o pseudo, all'interno del quale pubblicare le proprie poesie per tornare ad aggiornarlo in seguito con nuovi scritti..

Moderatori: Luca Necciai, ito nami

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Messaggio 19/08/2010, 22:17

Gio R.

Ho letto le vostre poesie e rimanendo affascinato dal forum, spinto da un desiderio di condivisione, ho deciso che valeva la pena postare qualcuna delle mie.

FELICITA'

Attesa Ora veemente
Che già muori, fulgi e brilli
Eppur nei cuori ancor stilli
Luce d’un sole sfuggente.

O dolce e schiva amarezza
Di sconfitte rimembranze
Nell’intimo allontanate
Dopo aver lambito il cuore
Un’effimera carezza!

Perché dunque sempre morbido al tatto
È il lieto istante poi che sì pungente
Si rivela alla ognor solinga mente?




Qualche nota nel caso servisse.

L’ho ripresa in mano di recente ed ho rivisto un paio di cose: ho cambiato alcune parole (sfuggente era al v.1 per es.) e reso una terzina di endecasillabi la domanda finale.

Metro: due strofe di ottonari più l’ultima terzina composta da endecasillabi. La rima è presa in causa in maniera “scolastica” (rima incrociata) nella prima strofa poiché serve a definire il concetto di felicità e ritorna solo negli ultimi due versi per esprimere la domanda centrale del poema.

v.1 Ora è maiuscolo perché è sostantivo e soggetto del poema, metonimia per “momento”, “tempo” felice.
veemente perché la felicità è travolgente, almeno quella cui alludo nel poema.
v.2 ho poi scoperto quest’anno che si chiama hysteron proteron.
v.4 sole sfuggente non si riesce mai ad essere completamente felici, pure in quei momenti “veementi”.
v.5 non so ancora se sostituire o meno mestizia con amarezza che sono due concetti leggermente differenti. L’unico vero difetto del secondo vocabolo sta nel fatto d’esser trito e ritrito.
v.8-9 mi affascina la parziale sgrammaticatura di questi due versi e non so se lasciarla o correggerla con “dopo che ha lambito…”
v.12 la mente in realtà è sempre solinga quando poi riflette sulla felicità, dal momento che questa non dura.



FRAGILITA'

Com'è debole questa mia voce
In mezzo alla folla.
Com'è flebile il mio respiro
Così perso nel vento.
Com'è fragile la mia anima
Sola a farsi compagnia nel tempo.
E quanto è lento di lui il fluire
Quando al cuore un gemito
Or tenti come penoso anelito
Di una promessa face di sfuggire.
E quante sono le vite
Ricamate sulle sue trame infinite.
Eterno,
Alla deriva del pensiero,
L'anima di tanto in tanto tocca
Ed una lacrima che il volto giusto sfiora
Da un tremar quasi di sgomento affiora:
Come dell’anziano la voce divien roca
L’anima ravvisando l’eterno così si fa fioca
E tuttavia cogliendo questo primo fiore
Che l’inverno coprì d’austero candore
Né in parole né in stupore mi trattengo
Per ch’io dica com'è bella
E com'è molto più vigorosa di me
Pur questa primula minuta
Che fra le ultime nevi ed il gelo
Trova spazio, ella coll’esile suo stelo.


E ne ho scritte anche in dialetto...

Feua dä porta de Cà

A porta l’è arvìa
cumme u çeu che veidu
e duve mi saieiva scentòu,
Lê u se tegne u mæ giaminnâ,
u mæ numme.

A ciappa dä porta
che de lungu mi pregu
l’è ûn passettu da renegâ
e du quæ via mi veuggiu anâ.


È in dialetto genovese e parla della difficoltà ad affrontare la vita, ad esporsi (citando Gaber: "nella strada, sulla piazza"). Peso metaforicamente assunto dalla soglia di casa (o passetto dä pòrta) che da tanto si prega perché in casa vi si vive e si è attaccati al proprio luogo, dove magari si è pure cresciuti, ma che d'altra parte è quasi da maledire (renegâ) perché è il limite spesso più atroce che costringe alla solitudine o ad una condizione spiacevole.


Per divertimento o per esercizio soltanto...

Sull'ironia (Metro: endecasillabi in rima alternata).

Contando e ricontando i miei passi
che per via ardua alla cima portano
accorgermi m’è facile di massi
che tra i pensieri spesso si portano

Macigni magnifici e assai pesanti
sull’anima mia e pur d’altra gente:
tutti noi che di qui siam passanti
per questa strada che noi non sente.

Eppur noi a essa guardiamo pazienti,
chi in favor maggiore e chi assai minore;
e forse in ciò ved’io troppo attenti
quelli che non seguon il lor furore,

poiché rifuggir la propria follia
in effetti è cosa ancor più tremenda
dell’usar peggio il senno sulla via
(che camminando par che non si estenda)

sì ch’io, come d’altri spesso intendo,
non abbia a viver stagioni perdute
cercando il futile apparir, tendendo
a nuove azioni mie sprovvedute


Presagio d’Autunno ne l’estive piogge (Metro: sonetto, due quartine con rime alternate e terzine in rima incrociata e baciata). L'altro pomeriggio volevo divertirmi ed ho buttato giù questi endecasillabi.

Or giunge rotta in gola la notizia
Ed è allarmante e piena di mestizia.
O quanta ragione ebbe Cardarelli
Nell'annunciarlo coi cari ruscelli

Di quel bel verso che 'l cuor ancor smuove
E oggi invece come presagio piove:
Parlo d'Autunno, stagione che dico
De l'Estate quasi esser il nemico!

L'etade che 'l Verno così precede
Non meritasi in ver tanto rancore
Poi che anch'essa ne l'animo riede

Di tanto in tanto in cuor un ardore
Pei suoi colori e la sua bellezza
Benché egli evochi omai solo tristezza.

Sommo poeta

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Messaggio 20/08/2010, 1:02

Re: Gio R.

vedo, caro nuovo amico,che saluto anche a nome dell'amin Luca Necciai,che sei un poeta di esperta mamno,e che hai il "vizio" mio,di mettere note quando servono:Le note oltre che a chiarire aiutano i sitaioli ad evolversi in meglio.
Vedo inoltre che scrivi in genov.ese un po' differente da quello che parlo io.Io ho vissuto a Cornigliano dal '40 fino al 52 e poi in Albaro fino al '6o(tuttala mia meglio gioventù.Sono nato a Brescia ma ho geni di tutta Italia e forse anche turco-barbareschi perchè una mia nonna era del Giglio.Ora sto a Bari.
Considero Genova la mia città natale.
Sono felice che tu sia capitato qui.
Un abbraccio
Gilberto alias Ito Nami
Leggerò con calma tutti i tuoi post.
ito nami

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Messaggio 21/08/2010, 1:31

Re: Gio R.

Grazie mille, sono lusingato. Comunque io parlo Genovese da alloglotto, sì insomma, mi sono innamorato di questa lingua per le sue dolci parole e le sue sonorità (comunque già vicine a quelle del mio dialetto - una variante del Lombardo -) e poi chiaramente grazie a Fabrizio De André.

Nelle poesie mi piace a volte un po' scherzare e dunque può darsi che calchi la mano su alcune figure retoriche o alcune parole che potrebbero esser viste, per altro a ragione, degli arcaismi. D'altra parte si tratta anche del mio gusto personale, trovo che certe parole usate dai grandi poeti (Leopardi in primis, senza andare a cercare troppo lontano) non siano sostituibili con altre parole moderne che non hanno, anche solo nel suono, la dolcezza o la pienezza delle parole usate dai vati della nostra letteratura.

Se non dispiace vorrei postare qualcos'altro...


IN UN MATTINO LEGGENDO

Scoprirsi a sedere e ritornare
Ad un torto risvolto di giornale,
A quel pregevol pezzo sempre uguale
Di memoria che ancor soglio visitare

Eccolo: minuto frammento d’immagine
Ritrovato col setaccio tra pagine
Sfogliate sul tavolo e qui riverse
Nell’intelletto in delicate visioni terse

Ed ecco dunque mutare aspetto
Il sembiante quasi come per dispetto
Cangiare nuovamente e sfuggendo

Alle pupille che incantate cercano all’intorno
il miraggio limpido di cui l’aere era adorno
così perdersi in un mattino leggendo.


ANIME GIOVANI

- Ne odi il canto?
Ne odo il pianto.

- Ne hai visto il volto?
L'ho scorto in sogno.

Nella realtà che fa loro il ghigno
Si spezzano le lacrime del loro pianto.

- Lo senti? S'ode della rabbia lo schianto.

Nei loro cuori giace ormai come cenere
Non verranno, non hanno più fretta,
Ormai,
Le loro anime tenere.


Ricordi

Timidi sguardi
del sentir quasi sordi
come potenti corde
legano me al mio passato
e più mi vedo avanti
più forte esso il cuore morde
e il desiderio mio affannato
presto si strozza
stretto da quei lacci,
illusioni, infida morsa,
che mostra in sontuose vesti
una realtà di stracci
che teme che pietà resti
là dove ormai è il vuoto
che regge il cuore
ed ogni suo moto

Con questa poesia intendevo descrivere, quasi definire, che cosa sia un ricordo più che "come" si manifesti, nonostante il fatto che in questi argomenti di solito l'essere spetta al filosofo (o al limite, per il caso specifico, allo psicologo) e il come al poeta. Questo nei primi versi. Poi passo a descrivere l'effetto che ha su me ("il cuore morde"...) e gli effetti ("mostra in sontuose vesti".../"teme che pietà resti"...).
Segue una poesia scritta a pochi giorni di distanza da questa.
Metro: settenari. Per le rime il discorso è un pittin più complesso: ho deciso di usare solo consonanze che si richiamano tra loro un po' come quando senti l'eco della voce o vedi le frange d'interferenza di un'onda che ritorna quando getti un sasso in uno stagno, tutte figure che mi ricordano il "rimbombare" o il "ritornare" dei pensieri alla mente e la poesia parla proprio di questo: riflessioni. Proprio come l'eco, che non ritorna esattamente come la tua voce, anche qui non c'è la rima, ma la consonanza. La rima c'è solo per cesellare il verso conclusivo. È una cosa che mi piace sempre fare, trovo che dia sostegno alla struttura della poesia chiudere con la rima.

Riflessioni

Sol quand’abbatto e picchio
forte quel tronco vecchio
di pensieri ormai persi
ved’io affievolirsi
ogni umana speranza
di risolver l’assenza
di soluzioni vere
allorché fatte amare
come dolci promesse
si fingon quelle false
ed ancora quel cricchio
giunge rotto all’orecchio
e ancora lo percuote
come fa colle idee vuote



Accetto molto volentieri commenti e critiche e domande. :D

Sommo poeta

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Messaggio 21/08/2010, 6:45

Re: Gio R.

torno a dire che sono poesie di esperta mano,anzi espertissima,sotto tutti i punti di vista.
Se hai impiegato arcaicismi non me ne sono accorto.Li avrai messi discretamente e dove servivano.
Devo leggere le tue poesie conj più calma
Ciao
ito nami

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Messaggio 08/09/2010, 17:49

Re: Gio R.

Riflessione n.2
breve pensiero circa la compiutezza del vivere felice

Luce gettata alle mie spalle
in grani sparsi sul magro terreno
di una gioventù letargica
che a stento sente se stessa
piombar dai suoi sogni
al mesto luogo dove Silenzio
ad obiezione alcuna risponde
poi ch'è il solo che nulla asconde.


L’ultima estate


Non ho seguito l’ultima estate;
il muro degli anni sfregare e rompersi
al vento, all’incessare di braccia,
gambe, tagli e ferite su di esso.
L’odore della polvere di calcinacci,
sabbia e del sandalo cresciuto in cortile
non coprono l’afrore del tradimento
cinto di colpe sul cinereo viso
spezzato non dalla coscienza, dall’orgoglio
che lascia di ogni età un teatro spoglio.


--- Commenti? Desiderate spiegazioni? Si capisce? Ci sono figure che piacciono o meno?

Sommo poeta

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Messaggio 09/09/2010, 6:45

Re: Gio R.

ancora due grandi poesie,fittamente micrometaforizzate,specie la seconda, che per questa fitta tessitura mostra falle di comprensione per il lettore.Osticità alla comprensione che però non guasta il piacere di leggerle.Sono per altro verso come le poesie di Gatto che sfiorano l'odi et amo.Insomma siamo colti da ossimorico pensiero degno di Eraclito.
Un gran poeta ,un prodigo Fato ha indovato in te,caro Gio R.
Sereno giorno
ito nami

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Messaggio 09/09/2010, 6:57

Re: Gio R.

E anche con noi il Fato è stato benigno,perchè ti ha fatto approdare qui con la tua favolosa gaza di meraviglie a questa nostra spiaggia.
ito nami
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Messaggio 09/09/2010, 15:18

Re: Gio R.

Ammappete, Ito!
Le tue si potrebbero definire lodi "sperticate" (chissà poi perché si dice "sperticato" per intendere qualcosa di enorme: che sia per intendere che è enorme=altissimo anche senza l'ausilio di una pertica?). Ahahahahahahah

Ciao a tutt'e due e complimenti a Gio!

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Messaggio 13/09/2010, 18:41

Re: Gio R.

Non so se conviene, ma per abbattere l'ermetismo (che per altro ho deciso io di avere) darò una breve parafrasi dei due poemi, verso per verso, perché vi possa servire se aveste intenzione di leggervele capendole e gustandole di più.

Riflessione n.2

Luce gettata alle mie spalle ---> "luce" simbolo classico di salvezza, speranza, qui gettata alle mie spalle, cioè senza che io la veda, senza che io la colga, sprecata.

in grani sparsi sul magro terreno ---> la salvezza che forse mi sarebbe pure stata data (come i grani vengon dati al terreno perché produca frutto) è finita invece su un terreno magro, infertile, cioè l'animo che non accoglie quella speranza

di una gioventù letargica ---> ecco che si scopre che quell'animo è la gioventù: l'esser giovani e tuttavia "letargici", ossia non accorgersi di star vivendo la gioventù

che a stento sente se stessa ---> tanto è profonda questa anestesia che solo a stento ci si accorge che...

piombar dai suoi sogni---> ...dentro "quest'anestesia" si cade dalla propria condizione, la gioventù, in cui si hanno desiderii di realizzazione

al mesto luogo dove Silenzio ---> alla triste condizione in cui è il Silenzio a dominare, ossia un'apatia peggiore ancora di quell'apparente anestesia che fa rifiutare all'animo giovine la speranza, la salvezza (in opposizione quasi ai sogni che al contrario della luce hanno una connotazione più velleitaria, superficiale)

ad obiezione alcuna risponde
giacché il solo che nulla nasconde.
---> la condizione più che triste, tragica, di silenzio, di appiattimento della vita (tanto pressante da fare una prosopopea per il silenzio) è tale proprio perché consiste nel non dover rispondere nemmeno ad obiezioni: cioè chi vi è dentro (in questo luogo, condizione, mesta di silenzio) è talmente sconfitto da non riuscire nemmeno a porre un'obiezione al suo vivere così distrutto, ridotto al silenzio, perché questo silenzio non nasconde nulla di quello che in realtà è quella gioventù: letargica, tanto addormentata da cadere nel silenzio più totale dell'anima e non volersi nemmeno riscattare perché ormai quella condizione è la verità ed il Silenzio non lo nasconde.
Ultima modifica di Gio R. il 13/09/2010, 21:17, modificato 1 volta in totale.

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Messaggio 13/09/2010, 21:13

Re: Gio R.

L’ultima estate

Non ho seguito l’ultima estate ---> "mi sono perso anche l'ultima occasione, anche l'ultimo periodo che mi fu offerto di calore, luce, felicità"

il muro degli anni sfregare e rompersi ---> dato che questo periodo l'ho perso è evidente che non ho fatto attenzione alla vita, agli anni che scorrono che se però non si guardano ti vengono addosso seccamente come un muro.

al vento, all’incessare di braccia, ---> "al vento", cioè all'aria, nel nulla.

gambe, tagli e ferite su di esso.--> tutti elementi dell'affannarsi della vita: dalle "braccia, gambe" che possono avere una connotazione più prettamente "carnale", fino ai "tagli e ferite" che hanno un significato più profondo: quello psicologico. "Esso" è il muro degli anni, perché tutti quei fatti avvengono nella vita, negli anni, contro il quale ci si imbatte, ma sono tutti fatti, come dice il primo verso, che mi sono sfuggiti, che non ho avuto. Quello che ho avuto viene nei versi successivi (bisogna quindi distinguere in due parti ben distinte il discorso):

L’odore della polvere di calcinacci, ---> "calcinacci" sono quel che rimane di una casa demolita, in questo caso l'animo.

sabbia e del sandalo cresciuto in cortile ---> "sabbia": analogo a calcinacci: è un elemento duro, aspro, secco, mentre il sandalo è una pianta odorosa e medicamentosa (che si diceva addirittura tenesse lontani i demoni). Tutto ciò per dire che né quel che rimane del dolore dell'anima (qui visto come fosse "un odore"), né una soluzione diversa per allontanare l'odore, come il sandalo, possono coprire l'olezzo del tradimento che è il vero soggetto di questa poesia.

non coprono l’afrore del tradimento
che cinge di colpe il cinereo viso ---> il tradimento appare come è: orribile, e lo si vede sul viso reso cinereo dal tradimento e spezzato non dalla coscienza del tradimento, ma dall'orgoglio di non ammetterlo e così facendo si mangia solo altro dolore e perciò rovina "l'estate" cioè "la stagione della vita" ossia di ogni età lascia la tetraggine di un teatro spoglio.

spezzato non dalla coscienza, dall’orgoglio
che lascia di ogni età un teatro spoglio.

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Messaggio 29/09/2010, 16:20

Re: Gio R.

È ancora solo un esperimento, lo migliorerò col tempo...


Pari a roccia o scoglio vigile e silente
Mentre strappa, strascica, trascina, graffia
E rude e spietato e crudele rompe e rabbia
Desta con prepotenza inaudita e ardente
Sta egli, scuotendo mille e mille venti
E urla e grida stridendo dei tormenti
Aprendo sotto a me il terreno e la terra
Sollevando, rivoltando e distruggendo
Trasforma in rena secca, salata e nera.
È il dolore che divide come le acque
Dell’oceano ferito da tifone, burrasca
O gelo di tempesta, lo spirito inerme
Che cade e incespica nei ciottoli
E si rivolta come un verme
Mentre agonizza e stride l’ultimo
Respiro esalando…
Fosse l’ultimo! La morte
Torna ogni giorno prima che la veglia
Nel mondo ti rivoglia.
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Messaggio 29/09/2010, 18:13

Re: Gio R.

Bello bello....poi miglioralo come credi.......
...ma l'incalzare dei versi rende a meraviglia ciò che hai voluto rappresentare e pure il paragone calza, e come calza!

Ti aspetto.....o, meglio, ti aspettiamo, dal momento che siamo tanti a leggere questo sito.
Ciao.

E per te, caro Giovanni, "La tempesta", dell'espressionista Oskar Kokoschka


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Messaggio 29/09/2010, 18:48

Re: Gio R.

Grazie mille! Adoro questo dipinto, non lo conoscevo, ma dacché l'ho visto me ne sono innamorato!
Posto la seconda parte del poema.


L’odio mi acceca e mi uccide
Ma il dolore perdura e non vuole fuggire!
O perché da me non ti parti?
Tu, volontà incontrollata dalle mie arti,
Perché differisci in ciò ch’io intendo
Essere il giusto?
Tutto ciò è contro quel che tu vuoi
Anzi tu pretendi che sia il buono, il bello
Ma che mostra avere il diavolo in seno
A sé per come fa e come sfa
Dell’altrui persona l’anima distratta
Ad inganno crudele e impietoso tratta!
Ancora e ancor si dura e non sfuma
Il ribollir del male che a me è questo
Terribile fato che da tempo ormai
Pare avermi a estension di pena condannato!
Ultima modifica di Gio R. il 06/10/2010, 20:57, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio 29/09/2010, 21:44

Re: Gio R.

Avverto chiaramente una cesura tra la prima e la seconda parte del poema (cesura che è insieme stilistica e....me lo vuoi dire tu l'altra, o posso dirtela io? manca quella felice, spontanea rincorsa della parola, degli eventi che era presente nella prima parte). Pare quasi che la seconda parte tu l'abbia scritta forzatamente, per dare un seguito o.....un epilogo.

Se qualcosa devi rivedere, rivedi questa seconda parte, ma la prima....no.

Ti va di imbastire un contraddittorio? Ti leggerò con interesse.
A presto. :-)

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Messaggio 29/09/2010, 22:31

Re: Gio R.

In che senso "imbastire un contraddittorio"... scusa ma non capisco che cosa significa.

Comunque la seconda parte invero non l'ho scritta forzatamente, è piuttosto il pezzo centrale della prima parte che è stato scritto forzatamente.
In questa seconda parte cambia sì lo stile, che è meno colloquiale, ma altrettanto sentito ed esplicita in altre parole la domanda di giustizia che nella prima parte è più che altro uno sfogo rabbioso e contrariato in cui si descrive il dolore che affligge il poeta come uno scoglio silenzioso che divide il mare mentre intorno spirano i venti turbinosi e tempestosi di tutto ciò che fa parte del dolore in sé.
Nella seconda parte si lascia stare l'invettiva e si assumono toni invero non più pacati quanto più supplicanti.
Certo, un paio di rime scontate mi sono sfuggite e mi proverò certo di toglierle.
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