Grazie mille, sono lusingato. Comunque io parlo Genovese da alloglotto, sì insomma, mi sono innamorato di questa lingua per le sue dolci parole e le sue sonorità (comunque già vicine a quelle del mio dialetto - una variante del Lombardo -) e poi chiaramente grazie a Fabrizio De André.
Nelle poesie mi piace a volte un po' scherzare e dunque può darsi che calchi la mano su alcune figure retoriche o alcune parole che potrebbero esser viste, per altro a ragione, degli arcaismi. D'altra parte si tratta anche del mio gusto personale, trovo che certe parole usate dai grandi poeti (Leopardi in primis, senza andare a cercare troppo lontano) non siano sostituibili con altre parole moderne che non hanno, anche solo nel suono, la dolcezza o la pienezza delle parole usate dai vati della nostra letteratura.
Se non dispiace vorrei postare qualcos'altro...
IN UN MATTINO LEGGENDO
Scoprirsi a sedere e ritornare
Ad un torto risvolto di giornale,
A quel pregevol pezzo sempre uguale
Di memoria che ancor soglio visitare
Eccolo: minuto frammento d’immagine
Ritrovato col setaccio tra pagine
Sfogliate sul tavolo e qui riverse
Nell’intelletto in delicate visioni terse
Ed ecco dunque mutare aspetto
Il sembiante quasi come per dispetto
Cangiare nuovamente e sfuggendo
Alle pupille che incantate cercano all’intorno
il miraggio limpido di cui l’aere era adorno
così perdersi in un mattino leggendo.
ANIME GIOVANI
- Ne odi il canto? Ne odo il pianto.
- Ne hai visto il volto? L'ho scorto in sogno.
Nella realtà che fa loro il ghigno
Si spezzano le lacrime del loro pianto.
- Lo senti? S'ode della rabbia lo schianto. Nei loro cuori giace ormai come cenere
Non verranno, non hanno più fretta,
Ormai,
Le loro anime tenere.
Ricordi Timidi sguardi
del sentir quasi sordi
come potenti corde
legano me al mio passato
e più mi vedo avanti
più forte esso il cuore morde
e il desiderio mio affannato
presto si strozza
stretto da quei lacci,
illusioni, infida morsa,
che mostra in sontuose vesti
una realtà di stracci
che teme che pietà resti
là dove ormai è il vuoto
che regge il cuore
ed ogni suo moto
Con questa poesia intendevo descrivere, quasi definire, che cosa sia un ricordo più che "come" si manifesti, nonostante il fatto che in questi argomenti di solito l'
essere spetta al filosofo (o al limite, per il caso specifico, allo psicologo) e il
come al poeta. Questo nei primi versi. Poi passo a descrivere l'effetto che ha su me ("il cuore morde"...) e gli effetti ("mostra in sontuose vesti".../"teme che pietà resti"...).
Segue una poesia scritta a pochi giorni di distanza da questa.
Metro: settenari. Per le rime il discorso è
un pittin più complesso: ho deciso di usare solo consonanze che si richiamano tra loro un po' come quando senti l'eco della voce o vedi le frange d'interferenza di un'onda che ritorna quando getti un sasso in uno stagno, tutte figure che mi ricordano il "rimbombare" o il "ritornare" dei pensieri alla mente e la poesia parla proprio di questo: riflessioni. Proprio come l'eco, che non ritorna esattamente come la tua voce, anche qui non c'è la rima, ma la consonanza. La rima c'è solo per cesellare il verso conclusivo. È una cosa che mi piace sempre fare, trovo che dia sostegno alla struttura della poesia chiudere con la rima.
Riflessioni Sol quand’abbatto e picchio
forte quel tronco vecchio
di pensieri ormai persi
ved’io affievolirsi
ogni umana speranza
di risolver l’assenza
di soluzioni vere
allorché fatte amare
come dolci promesse
si fingon quelle false
ed ancora quel cricchio
giunge rotto all’orecchio
e ancora lo percuote
come fa colle idee vuote
Accetto molto volentieri commenti e critiche e domande.
